

Neon bianco montato direttamente sulla parete
Collection of the artist
Courtesy of the artist
Un rinomato lavoro tautologico del 1965, ‘One and Eight – A Description’ (‘Uno e Otto – Una Descrizione’) esemplifica l’indagine di Kosuth sulla produzione e sul ruolo del linguaggio e del significato nell’arte. L’installazione testuale descrive i propri componenti fisici e concettuali quali materiali, struttura, colore ed essenza, permettendo all’opera di esistere esattamente come viene definita.
Ogni parola funziona sia come descrizione sia come parte dell’oggetto, creando un sistema chiuso e autoreferenziale in cui il significato emerge dal linguaggio anziché dalla rappresentazione.
Ispirandosi a Ludwig Wittgenstein, Kosuth mette in luce i limiti del linguaggio, utilizzando il neon, mutuato dalla segnaletica e dall’iconografia urbana, per avvicinare l’arte alla comunicazione quotidiana.
Fotografia montata
Collezione privata
Courtesy of the artist and Almine Rech Gallery
Quest’opera fa parte della serie The First Investigation (La Prima Investigazione), che Kosuth iniziò nel 1966: una sequenza di ingrandimenti fotografici in negativo che raffigurano definizioni dizionaristiche e voci etimologiche.
Questi lavori erano concepiti come “forme di presentazione” riproducibili, pensati per eliminare “l’aura” associata alla pittura tradizionale. Togliendo lo sguardo dall’oggetto fisico, Kosuth spostava l’attenzione dello spettatore verso domande fondamentali sulla natura dell’arte e del linguaggio.
Come disse l’artista riguardo al titolo dell’opera: «‘L’arte come idea’ era ovvio; ovvero le idee o i concetti come opera in sé... Aggiungendo nella seconda parte, ‘Arte come Idea, come Idea’, intendevo suggerire che il vero processo creativo e la svolta radicale, consisteva nel cambiare l’idea stessa di arte.»
Fotografia montata
Collezione privata
Courtesy of the artist and Almine Rech Gallery
Quest’opera fa parte della serie The First Investigation (La Prima Investigazione), che Kosuth iniziò nel 1966: una sequenza di ingrandimenti fotografici in negativo che raffigurano definizioni dizionaristiche e voci etimologiche.
Questi lavori erano concepiti come “forme di presentazione” riproducibili, pensati per eliminare “l’aura” associata alla pittura tradizionale. Togliendo lo sguardo dall’oggetto fisico, Kosuth spostava l’attenzione dello spettatore verso domande fondamentali sulla natura dell’arte e del linguaggio.
Come disse l’artista riguardo al titolo dell’opera: «‘L’arte come idea’ era ovvio; ovvero le idee o i concetti come opera in sé... Aggiungendo nella seconda parte, ‘Arte come Idea, come Idea’, intendevo suggerire che il vero processo creativo e la svolta radicale, consisteva nel cambiare l’idea stessa di arte.»
28 etichette dattiloscritte, montate
Collection of the artist
Courtesy of the artist and Castelli Gallery
‘The Fifth Investigation’ (‘La Quinta Investigazione’) fa parte della più ampia serie delle Investigations (Investigazioni), 1969–1970, un momento di transizione fondamentale nella pratica concettuale di Kosuth.
Per garantire una presentazione essenziale e priva di connotazioni estetiche tradizionali, l’artista adottò modalità espositive anticonvenzionali come etichette dattiloscritte fissate alle pareti o quaderni disposti su tavoli.
La Quinta Investigazione consiste in ventotto schede
dattiloscritte che presentano enigmi logici e contestuali. Selezionati e rielaborati da Kosuth, questi problemi richiedono un ragionamento logico piuttosto che una conoscenza nozionistica, stimolando un pensiero astratto.
Attingendo ai “giochi linguistici” di Ludwig Wittgenstein, Kosuth dimostra che il significato non è intrinseco, ma determinato dalle regole e dal contesto specifico di un ambiente, in questo caso quello dell’arte.
Quattro fotografie montate e orologio
Collection Lia Rumma
Courtesy of Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli
‘Clock (One and Five)’ amplia la serie delle Proto-Investigazioni esplorando la relazione tra oggetti, linguaggio e astrazione del tempo. Associando un semplice orologio, la sua fotografia e le definizioni dizionaristiche, l’artista sposta l’attenzione dall’oggetto fisico alla sua costruzione concettuale.
Diversamente dalla sedia statica di ‘One and Three Chairs’, l’orologio introduce la dimensione temporale, invitando lo spettatore a riflettere su come l’arte, il linguaggio e le immagini plasmino la nostra percezione della realtà.
Stampa offset
Courtesy of the artist
Prodotta e disegnata da Kosuth come manifesto per la
37ª Biennale di Venezia del 1976, nell’ambito del collettivo International Local insieme a Sarah Charlesworth e Anthony McCall, quest’opera è una riflessione critica sulle dinamiche sociali e politiche del mondo dell’arte, ancora oggi di grande attualità.
Invitando lo spettatore a posizionarsi come Produttore
(artista), Intermediario (curatore o gallerista) o Consumatore (pubblico), l’opera trasforma il labirinto in un percorso autoreferenziale attraverso il linguaggio e l’identità, in cui il significato cambia a seconda del ruolo che ciascuno occupa all’interno del sistema dell’arte.
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20 fotografie originali montate
Photographs Collection of the artist Courtesy of Spruth Magers Gallery
‘Text/Context’ (1979) fu concepita da Kosuth per la sua retrospettiva al Van Abbemuseum di Eindhoven, e successivamente presentata in diverse sedi in Europa, negli Stati Uniti e in Canada.
L’opera è composta da paragrafi scritti dall’artista per essere letti in due contesti pubblici: la strada e lo spazio espositivo. Inizialmente esposti in forma anonima su cartelloni pubblicitari, come comunicazioni commerciali, i testi furono allestiti successivamente come carta da parati all’interno di musei o gallerie.
Attraverso questa ricollocazione Kosuth mostra come il significato dipenda dai diversi contesti culturali, invitando lo spettatore a interrogarsi sui meccanismi attraverso cui la cultura di massa produce e interpreta il senso.
Striscione nello spazio pubblico
Dimensioni variabili
Collection Fondo per l’Ambiente Italiano (FAI)
Courtesy the artist and collection FAI-Villa e Collezione Panza, Varese
Gift Rosa Giovanna Magnifico Panza di Biumo, 2022
‘The Seventh Investigation (A.A.I.A.I.) Proposition One’, (‘La settima investigazione, proposizione uno’) originariamente progettato come striscione per Torino e come cartellone a Chinatown, New York, è oggi esposto sulla facciata di Palazzo Malipiero, sul Canal Grande.
Il testo è tratto dal lavoro di Kurt Goldstein e Martin Scheerer sull’“atteggiamento astratto”che descrive una mente capace di operare al di là di ciò che è accessibile attraverso i sensi. Diffuso in contesti diversi come cartelloni, quotidiani, striscioni, spazi espositivi, invita lo spettatore a fare del pensiero stesso il soggetto dell’opera. Come per le altre investigazioni, lo spettatore deve partecipare per completare l’opera.
L’ultima riga, “distaccare il nostro ego dal mondo esterno”, introduce però un paradosso: proprio mentre il testo chiede di separarsi dal contesto, lo spettatore vi è immerso – una strada trafficata, un ponte pedonale, un canale percorso da vaporetti.